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POESIA DI RICCARDO TESTA

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Il ritiilo iH’Ilit U'ttrbm.

Ili alto, quasi al culmine della collina, ina in

mudo da essere riparata dalla cattiveria del tra­

montano. c'è una torre bianca che |>are costruita

per le meditazioni. A primavera vi si incantano gli

orienti e le ultime ore di sole: allora, di mattina

c‘è una calma religiosa, anche per via del ruscello

che sciacqua discreto e senza prepotenze le mura

antiche. Nell'epoche torride invece, l'aria è inson­

nolita e gli alberi, impietriti e muti, non hanno

firmamenti.

Qualche giornata d'autunno, a chi dimora nella

torre bianca, par d'essere in un camposanto sper­

duto e certe campane distanti che arrivano come

la voce d'un altro mondo, hanno sonorità spente

e dolorose, quasi d'inquiete salmodie oranti.

D'inverno poi. anche l'acqua si ghiaccia: gli al­

beri restano solo più coperti dalla tristezza e dal

freddo; anche la terra dispare sotto la neve; la

torre bianca bianca, in distanza non si ravvi-a più

in causa dell eccessivo biancore: l ederà s'è tinta

di bronzo: ma le ragazze (piando passano vicino

alla torre si >tringono più forte ai loro uomini come

se avessero paura.

* * *

Riccardo Testa ha scritto questo suo libro di poe­

sia (

Dentro

.

ed. Braidese. L. 8) nell’atmosfera di­

stratta e quasi allucinata della iorre bianca e sa­

rebbe inutile, per spiegarcelo, ricercare in lui de­

rivazioni e riecheggiamenti perchè la sua poesia

è nata da una

primitiva

esigenza interiore su mo­

tivi vissuti e personalissimi con accenti esclusiva-

mente dettati dalla propria sofferenza. Credo che

ogni riavvicinamento con altri poeti, non avrebbe

nei confronti del Testa un valore chiarificatore e

esatto, ma soltanto formale. Forse non sarebbe sba­

gliato fare i nomi di Shelley e di Campana perchè

come essi il Testa ama i paesaggi notturni dalla

fredda luce lunare e le stelle ferme e il correre dei

fiumi, ma si finirebbe di circoscrivere in una for­

mula. fonti universali di poesia, senza scoprire mai

un riferimento definitivo. Forse si potrebbe in­

sistere con qualche fondamento, a proposito di

Campana, lasciandosi attrarre da qualche comune

spunto d'esperienza tra la vita del Testa e quella

del Campana, ma comunque si tratterebbe sempre

d'affinità d

*ispirazione

non di dirette influente e

si finirebbe di giocare piuttosto su assonanze che

su voci vere.

L'unico elemento su cui si potrebbe fondare un

onesto paralleli»

è

l'esigenza fiabesca che tanto pei

Campana come pel Testa

è

spesso evidentissima; si

pensi a

«

La

/

tetite promenade dii /Miète

»

dei Canti

Orfici

e contemporaneamente, a « Eclissi

»

di Den

tro; in tutt'e due i casi, l'andamento lirico

è

mo­

derato. a volte quasi cantabile

e il poeta tende a

una purificazione, affidandosi alla fantasia fino j

crearsi una realtà di sogno

in cui rifiugiarsi e rico

minciare la nuova vita. Però questi, non sono

momenti migliori dei due poeti (escludo dal giù

dizio il finale della promenade:

«Trovo l'erba:

mi ci stendo — a conciarmi coinè un cane: — da

lontano un ubriaco — canta amore alle persiane »

e. di Eclissi:

« Rossa e ridente titubò la Luna. —

ma poi sedotta da quel gran disegno — lasciò i

poeti per la sua fortuna »; questi più forili. forse

meno realizzati di quelli di Campana che mi ri­

chiamano certe movenze di Villon).

* * *

Quello che il Testa ama maggiormente — e qui

bisogna soprattutto puntare per capire la sua arte

— è

lo smarrirsi in antiche memorie, per aver poi

la gioia di ritrovarsi rinnovato e diverso. Allora il

suo canto si fa agile e sciolti» e a volte acquista le

altezze — anche melodiche — della preghiera (« fc

vero, dimmi, che tu sei

colà

— dove le bionde do­

dici sorelle — si chiamali l’ore che non hanno età?

—

S'è

vero, scendi a rischiarar le celle — col sole

caldo della carità : — qui ci hai lasciato dodici

fiammelle... »»; « Voi le stelle mi guardate con

dolcezza grave. — come gente che m'ami e del mi

stero — che mi preclude l'Oltre. abbia la chiave. »;

« Dove la mamma un giorno

è

dipartita. — si vede

l'orto dalla finestretta. — il pianto della glicine fio

rita. »).

Naturalmente mi riferisco ai momenti della gra

zia in cui il poeta si esprime con parole rese scarne

e essenziali dal proprio dolore e sussurrate a fior

di labbra quasi col timore di contaminarle: « Hai

dato al canto mio un'ala rossa — e bruna : inquieta

s'agita — all'orizzonte e palpita, — quando le 6telle

brillaflo nel latteo — mar di selène e bruciano d'a­

mare. ».

Si tratta di motivi delicatissimi in cui ogni ecces

sività d'intelligenza, ha ceduto il posto ad una an­

datura cordialissima e lo stesso abbandono alPi*

magine non diventa mai sentimentalismo fiacco o

manierato, ma contribuisce a chiarire la visione del

poeta, fino a renderla comunicativa agli altri. In

Dentro

, questi momenti che non sono nè staccati

nè rari, sono quelli che veramente rivelano la poe­

sia nelle sue ione più alte, se si accettano — come

del resto è necessario — senza la capillare curiosità

d'

intelligenza

che, — sia detto di sfuggita e non

a lini polemici

ricercando profondità abissali,

smarrisce la capacità di

dialogare

col poeta, unica

strada per conoscerlo e per scoprirlo.

* ♦ ♦

Dove invece il Testa è meno felice e direi addi-

rimira banale — (questi squilibri del Testa potreb­

bero consentire non inutili variazioni per una co­

noscenza intima della diversa profondità e coscienza

degli atteggiamenti del suo spirito) — è in quei po­

chi momenti in cui si lascia dominare da una smania

d'analisi intellettualistica che lo trascina verso

pre­

ziosità

scientifiche che vanno tutte a scapito della

sincerità e della forza stessa della poesia (« Ecco:

un aliar di ciglio ed un pensiero, — il gravitar dei

mondi ed ogni moto — attestano e compendiati la

simbiosi — fra l'uno e il tutto, la fusion perfetta

— d'alfa e d'omega. — La stanchezza tua, Maestro,

è l'alfa d'un novello omega. — Pur'io così. Ma cosa

importa l'io — quando si vive non per noi soltanto?

— Amor ci orienta e ci rasciuga il pianto. » — Non

so perchè, leggendo questa poesia, a parte I ultimo

richiamo evangelico e l'estremo verso dantesco, io

andassi sempre pensando «

al signor di Montgol-

fxern

del Monti; ma evidentemente ciò mi acca­

deva per una pura cristallizzazione della memoria

sii motivi passati.): per noi il Testa, dovrebbe ri­

nunciare a queste costruzioni meccaniche che per

amor di metafisica uccidono la purezza della poesia

rompendo la stessa armonia d'un ragionamento

equilibrato e chiaro. (Non è escluso che siano state

queste ragioni — non parlo per fare eventuali raf­

fronti ma solo per esemplificazione — a renderci

un po' scettici nei confronti della poesia di Quasi­

modo o di Sinisgalli.).

* * *

Quando il Testa si confessa, i suoi versi acqui­

stano

un'umanità dolorosa ed il volto dell artista

ne esce quasi trasfigurato. S'inseguono i pentimenti,

e i fantasmi del passato crescono su solchi mai can­

cellati, a tracciare la via del pianto; questo riporta

una sua serenità da giornata di festa, ed è I anima

che fiorisce nei colori dell'alba: « ogni mattina,

quando il tempo è mite, — scendiamo nel cortile

a pigliar lena — e l'aria pura i volti rasserena, —

il sole cicatrizza le ferite. »; « ... Stanchi di caròle

— dormon i pazzi. Il canto con dolcezza — si snoda

verso il borgo delle fole. »; « Tutta nel sole ti co­

nobbi : andav i, — chiamata da una squilla mattu­

tina. — là dove fanno il nido le preghiere. ». Sono

attimi smagati e passeggeri; poi queste trasognate

serenità scompaiono e sottentra l'invocazione di*

sperata e il dubbio: « L'anima, dici? l'anima è chi*

mera; — è nebulosa che s'è fatta sole. — L'anima

nostra più nessun la vuole; — muori e saprai. »;

«*Oh giovinesia che mi sai di pianto! — Alte, si­

lenti, sordide e contorte — le sbarre ti rieingon da

ogni canto. — E vanno gli anni al braccio della

morte, — e tatto abbuia odia mente stanca, — e

tutti «perde il veoto della torte. ». (È sempre od*

l'ore nere che si perdono i cieli e si cede allo scon­

forto). F quest*» della malinconia ossessionata è uno

degli aspetti caratteristici della poesia del Testa, —

in

Dentro,

penso che sia più manifesto e vivo nel

gruppo di liriche de «

La rasa delle rhimere

»; qui,

lo scavarsi è affannoso e le mani cercano di' spez­

zare le tenebre; ma il hrancolamento non approda

a certezze e l'anima non trova quiete su greti adatti.

Su questo tormento del Testa occorre poi aggiun­

gere che ogni lirica di

Dentro

potrebbe darci un

indizio; se si approfondiscono le prime sensazioni

che se ne provano, si potrebbe anche scoprire che

al fondo di questa sua ansia d'assoluto c'è sempre

— accennato in maniera più o meno decisa — un

desiderio di perdimi e un amore di innocenze smar­

rite: « Un raggio d'oro illumina il castigo — acquat­

tato nell'ombra della notte. — Il sole sorge a be­

nedir le sbarre, — le scolte, i chiavistelli... — e

tutto appare come al primo giorno. »; « Oh miei

vent'anni! Oh fragile chimera, — prima che il ferro

passi fra le spighe — e il grillo taccia, non ti ri­

vedrò. — Ma quando tu andrai sposa al più felice

— caldo, fragrante, sostanzioso e buono, — sulla

mensa nuzial avrai del pane. »; « Farò la strada

fatta dalla luna — e a mezzanotte giacerò sui colli;

— ma quivi giunto penserò che volli — contar le

stelle che una notte aduna... — Undici squille di­

gradanti lente — per I' er fermo s\ '

il pre*

sente — al cuor perduto nell'immensità. ».

* * *

Testa, in conclusione, è uno spirito amoroso che

ignora ancora gli oggetti del suo amore; egli ama

tutto

perchè non sa dare ancora i nomi alle cose

cui deve rivolgere il suo amore, cioè non sa distin*

guere, cioè non sa selezionare, cioè è un istintivo

troppo generoso; e se questo è la conferma della

sua poesia mi pare che possa anche valere per spie­

gare in questo senso, gli squilibri frequenti della

sua poesia, le improvvise aspirazioni al sereno e le

tetre malinconie negatrici, i versi completamente

realizzati accanto a sorprendenti ingenuità tecniche

e espressive. Se ripeto gli ultimi due versi di

Daflù:

« troppa, l'ombra del recinto: — farfalluccia vola

al sole. » —, mi sembra che essi più che il valore

d'una citazione a fini estetici, si presterebbero

meglio a definire l'inquietudine del poeta che tende

dal buio a evadere verso atmosfere più sonore di

luce e poi ha timore del sole e si rifugia dinuovo

nell'ombra ed il suo esistere è una continua eva*

sione ed un continuo ritorno. Testa, riuscirà a su­

perare questa sua logica pendolare — la logica del

suo stato d'snimo —, quando sarà riuscito ad an­

dare al di là ddl'autobiografismo. Allora anche il

suo canto, pur rimanendo sempre la voce d’un au­

tentico poeta, sarà più controllato; e il suo dolore

meno chioso, darà al verso un'ala sicura al punto

che odia sua poesia non sarà piò dato trovare, come

adesso, versi bellissimi accanto ad ahrì medioen o

addirittura bratti.

OSCAR «ACCHITTI