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destini, so non tradisce la fede che dove avere in

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ordinamento monile proposto al mondo tutto

della suprema ragione che governa universalmente

la storia.

Un popolo che possegga tanta e così universale

intelligenza, che abbia avuto così intensa od antica

civiltà come l'Italia, un popolo ricco di tanti destini,

non può, purché voglia valersi delle facoltà ed a lti­

tudini che dalla sua intelligenza e dalla sua passata

civiltà gli derivano, non risorgere e riformarsi.

1

principi ritrarranno onore e vantaggio dal Risorgi­

mento al pari dei popoli, i laici al pari dei sacerdoti,

il Papa quanto tutti i credenti. « Più chi* un libro -

esclamava Cesare Balbo - il

Primato

è un

'azione,

un

fatto

nella politica italiana ». Lo stesso annotava

il Settembrini, nel tratto delle

Ricordanze

relativo al

1843, anno di divulgazione del capolavoro giober-

tiano. « Noi eravamo - espongono le

Ricordanze -

servi, divisi, sminuzzati, spregiati dagli stranieri,

che ci dicevano una stirpe degradata, l'Italia terra di

morti non di uomini vivi, non altro che un nome

rimasto nella geografia e scancellato dal novero delle

Nazioni d ’Europa; noi stessi ci tenevamo inferiori

a tutti gli altri, e per tanti secoli di misera servitù

avevamo offuscato la coscienza dell'esser nostro,

quando costui (il Gioberti) ci dice: * Voi, Italiani,

siete il primo popolo del mondo \- Noi? ’ - *Sì, voi

avete primato civile o monde sopra tutti'. Non mai

libro di filosofo, e neppure di poeta o di altro scrit­

tore è stato più potente e più salutare di questo .

In Napoli, " prodigiosi» fu l’effetto del libro; scosse e

sollevò la coscienza d'un popolo prostrato ».

* * *

Questo, nel 1843.

E nel IH ir», vincendo le riserve di prudenza alle

quali, nel

Primato

, s'era attenuto circa i mezzi da

impiegare per l'attuazione del Risorgimento (doveva

evitare che il libro venisse proibito in Italia), il Gio­

berti diede fuori i

Prolegomeni al Primato morale e

eieile degli Italiani:

caso singolare; una prefazione,

e lunghissima, stampata dopo il libro. Nei

Prolego­

meni

troviamo finalmente sdegnose intimazioni al

re di Na|»oli, inclemente verso i Fratelli Bandiera,

ed una critica acerba contro l'Austria e contro l'o­

scurantismo romano. Ita quest'ultimo capitolo della

polemica Giobertiana doveva appunto scaturire il

(tenuità moderno,

tra il '17 od il 'IH; nel medesimo

tempo, salutato ormai come il dittatore morale del­

l'Italia rinascente, l'esule del '33 si vedova appa­

recchiata la via del rimpatrio. Il quale fu solenne­

mente compiuto in aprile del *4*). il giorno

stesso

della battaglia di Pastrengo; onorato, in maggio, a

Sommacampagna, da Carlo Alberto; salutato trion­

falmente in Lombardia ed in Toscana; t»enedetto,

infine,

a

Roma, da Pio IX , senza però che riuscisse

al

Gioberti di far disdire

al

Pontefice

la

sua recentis­

sima defezione dalla guerra d'indipendenza.

Purtroppo, la missione politica del Gioberti pressi»

le regioni d'Italia nella fase in cui la guerra volgeva

al precipizio, deve dirsi fallita. Il Gioberti ne ui

amaramente stupefatto dalla disunione negli Italia!

la cui concordia civile si sbriciolava d'un tratto

primo colpo della sventura. Tristissima poi, do]

soli

1 1

giorni di partecipazione al Ministero Casati

dal 1 al 18 agosto '48 - fu la sua esperienza dcll'im

titudine del Parlamento a fronteggiare i periti

estremi. Suonano come odiernissime queste sue p

rolc del

Rinnoramento

(t. I; pp. 312-313): «

le annembl

non hanno mai h prime parti nei grandi rinnoramn

nociali... X

o ii

ri lia esempio d'un popolo che sin ri

ih

o tilihia rinto grandissimi pericoli per ria di eonntt

e ili delili»razioni; ma tutti ducettero la loro unirei

all'ispirazione drll'ingegno indiridiiale e della ditt

tura

».

Cosi scriveva «‘gii» con l'intento di giovare a fl

Patria, da Parigi, dove s'era ritirato in secondo

v

lontano esilio dopo il disastri» della ripresa de!

guerra. Lo sperato dittatore ideale della Nazioi

non aveva potuto in lui incarnarsi. È proprio al Mil

stero Gioberti, nominato il lt» dicembre 1848,

durato sino al febbraio del '40, che, infatti, si devel

mina delle speranze federaliste.

Del resto, fu un bene.

La politica, sin allora vagheggiata dal Gioiteti

s'era potuto chiamare

neo-guelfa

, soprattutto p

raffermata missione nazionale del Papato, sostegi

delle speranze federative d'Italia, e per l'oppoa

zinne dcH'antielcricalismo di Mazzini. Fallite le sp

ninzc nel Papa, bisognava adesso accostarsi ad u

programma laico e democratico; ma non credette

Gioberti che i tempi fossero maturi per inserirvi, qua

condizione ni

ne gita non

. l'idea unitaria. Il Ministei

Gioberti >i accingeva dunque ad un compito confcd<

ndista. che avrebbe dovuto accontentare tutti, e, jk

evitare tanto un intervento dell'Austria in Itali

Centrale quanto un riconoscimento delle proclama)

repubbliche, conciliare perfino gli interessi di Pio I!

e di Leopoldo 11 di Toscana, fuggiti dai loro Stat

con quelli del riordinamento d'un fronte unico fedi

ndista che avesse i suoi capisaldi stdl'Appennini

Ingannato dalla sua stessa buona fede, Giol»erti coi

seguì il solo frutto di sdegnare i democratici, i qual

del resto, seguivano idee talmente particolaristichi

da non esser preparati nemmeno ad un programm

confederale. Onde, le sue dimissioni da primo Mi

nistro.

* * *

* C'è una sola nul»c sul ravvedimento di lui dopi

il *40: un ingiusto rimprovero (Rinnoramento; t. Il

p. 207 ) al Piemonte d'essersi rinserrato in una politici

municipalista. di dimensione non italiana. Ma quest

dimensione italiana

,

che il Gioberti stesso aveva

espe

rallentato non potersi ini|>erniare su

una Confedera

zinne Appenninica, proprio il Cavour

seppe dar!

al fronte unico nazionale

concentralo in Piemonti

Leale patriota, il Giol»erti

seppe però riconoscer)

n^VUltima replica ai Municipali,

che a breve di

stanza di tempo corregge lo sfogo del AinNoramm!