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minio francese

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. Nel 1690 egli si era liberato dal controllo francese scommetten-

do che un’alleanza con le potenze marittime, l’Austria e la Spagna, avrebbe bilan-

ciato lo strapotere francese. La sua scommessa fu vincente e nel 1703 egli decise

di riprovarci, calcolando che l’esito sarebbe stato lo stesso, ovvero che la potenza

militare e navale combinata della Grande Alleanza, sostenuta dalla forza finanzia-

ria delle potenze marittime, lo avrebbe messo in grado di resistere al potente vici-

no e riconquistare l’indipendenza come nella guerra precedente.

Soprattutto, Vittorio Amedeo ruppe con Luigi XIV perché desiderava essere

padrone a casa propria. Tornare allo stato di vassallo della Francia avrebbe

distrutto la sua autorità come sovrano indipendente e vanificato le riforme che

aveva promosso con l’obiettivo di irrobustire il proprio stato. Fin dall’inizio

aveva lavorato sistematicamente per accrescere l’efficienza delle burocrazie loca-

li e centrali dello stato, radunando un gruppo di funzionari leali e fortemente

impegnati nel portare avanti le sue riforme. Il ruolo loro assegnato era di instan-

cabili e ciechi esecutori delle politiche da lui solo decise. Il suo scopo era forgia-

re un’efficiente macchina militar-burocratica statale come strumento del proprio

imperioso volere. Le riforme amministrative e fiscali erano intese in primo luogo

a fornire maggiori entrate, che egli impiegò principalmente per rafforzare l’eser-

cito e ammodernarlo dal punto di vista tattico e dell’equipaggiamento. Il picco-

lo esercito sabaudo che scese in guerra contro Luigi XIV nel 1690 emerse dallo

scontro più forte, più numeroso, meglio armato e organizzato. Lo stato sabaudo

era l’unico della penisola italiana dotato di una capacità militare indipendente.

Nelle mani di Vittorio Amedeo l’esercito aveva due missioni: schiacciare l’oppo-

sizione interna e difendere il ducato dai nemici esterni, dilatandone i confini. Nel

1703 l’esercito avrebbe fronteggiato una prova ancora più dura che nella prece-

dente guerra con la Francia, sempre sotto il diretto comando di Vittorio Ame-

deo. Egli era ormai divenuto un generale esperto, ugualmente capace negli

aspetti tattici e logistici, a conoscenza di ogni risvolto dell’amministrazione mili-

tare. Nei tre anni seguenti avrebbe dimostrato la sua abilità strategica, combat-

tendo prima una lunga campagna difensiva in condizioni di forte inferiorità e

attaccando poi apertamente al momento opportuno, nella decisiva battaglia di

Torino.

Intorno a metà del 1703 Vittorio Amedeo aveva stabilito di rompere con Luigi

XIV e di passare ai nuovi alleati. Con ogni probabilità decise da solo. Diversa-

mente da Luigi XIV, che prendeva le decisioni politiche con l’aiuto del suo con-

siglio ristretto, il duca di Savoia non riuniva in consiglio i ministri, ma discuteva

con ciascuno di essi singolarmente. Prendeva le decisioni e poi le comunicava ai

ministri che le eseguivano. Egli era evidentemente giunto alla conclusione che la

possibile ricompensa della sua pericolosa scommessa valeva il rischio. Sottomet-

tersi a Luigi XIV e divenire nuovamente un satellite francese, com’era stato prima

del 1690, avrebbe significato rinunciare completamente all’autonomia duramen-

te conquistata. Sarebbe stato ridotto ancora una volta allo stato di vassallo fran-

cese, agli ordini del padrone a Versailles. Non poteva tollerarlo per ragioni del

tutto personali; erano in gioco la sua gloria e la sua reputazione di principe sovra-

no. Il desiderio di riguadagnare l’indipendenza e di essere sovrano assoluto dello

stato era ciò che lo spingeva a cambiare parte in quel fatale autunno del 1703, sfi-

dando tutto il peso della collera di Luigi XIV. L’insopprimibile volontà di essere

padrone del proprio destino e di quello dello stato che governava lo spingeva a

combattere pur nelle difficoltà e lo condusse alla vittoria tre anni dopo intorno

alle mura della capitale.

20

Per gli obiettivi politici di Vittorio Amedeo, si veda G

EOFFREY

S

YMCOX

,

Vittorio Amedeo II. L’assolutismo sabau-

do

, Torino: Sei, 1985, in particolar modo i capitoli 7-9.