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pressionante reticolo di cunicoli sotterranei che durante l’ultimo conflitto erano
serviti da rifugio antiaereo.
Gli accadimenti dell’anno 1706 si imposero con forza nella storia della città, sem-
plicemente evocati dalla locuzione «assedio», richiamo univoco la cui forza allusi-
va non sarà eguagliata nemmeno un secolo più tardi dai cannoni degli austro-russi
e che finì per mettere in secondo piano l’altro celebre accerchiamento sostenuto
dai francesi nel 1640 a conclusione dell’intestina «guerra dei cognati». La fortuna
dell’argomento si affermò poi per il peso dell’evento su tutta la successiva storia del
Piemonte, poiché il destino del ducato non era mai stato così legato al destino della
capitale; e la battaglia del 7 settembre fu tanto più celebrata in quanto ottenuta
contro un esercito più numeroso, con i domini del duca ormai ridotti a poche piaz-
zeforti e con la certezza, tra i comandi, le truppe, gli assediati che, persa Torino,
tutto era perso. Per converso la vittoria del 1706, per la valenza militare e per le
conseguenze politiche, rappresentò un vero punto di inizio da cui far ripartire la
storia di una dinastia e del suo popolo, oltre che un argomento sempre ideologica-
mente efficace sul piano storiografico e funzionale alle esigenze di autorappresen-
tazione del momento, vuoi per esaltare la monarchia sabauda, vuoi per rimarcare
le virtù dei piemontesi ed enfatizzarne lo spirito guerresco; o più semplicemente
per retrodatare il più possibile l’
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di una politica territoriale dei Savoia di più
ampio respiro, antesignana dello spirito di italianità che avrebbe caratterizzato le
scelte dinastiche da Carlo Alberto in avanti, dilatando quindi la storia nazionale.
La memoria dell’assedio si caratterizzò già all’indomani del 1706 come epopea
autoctona e squisitamente cittadina, un ricordo capace di animare l’esaltazione col-
lettiva identificando i propri eroi nella popolazione urbana e nelle autorità cittadi-
ne, i cui nomi riecheggeranno sovente nel corso delle adunanze municipali degli
anni a venire; così come le bandiere dei reparti piemontesi, assieme a quelle tolte
ai nemici, verranno a lungo conservate nella sala d’Armi del Palazzo di Città, a
ricordo del sacrificio e del coraggio degli assediati. Tuttavia la celebrazione del mito
interessò un’area geografica ben più ampia, che aveva il suo centro a Torino ma
comprendeva anche i dintorni più prossimi, Superga, il borgo Vittoria, Lucento,
Carmagnola, Chivasso, Verrua, e località più distanti come Pianezza o Sagliano e la
valle d’Andorno nel Biellese che, vantando i propri eroi locali Pietro Micca e Maria
Bricca, contribuirono a celebrare il ricordo del 1706 assieme alla capitale. Eroi, si
è detto, poiché la memoria storica dell’assedio si sostanzierà soprattutto di profili
gloriosi: il duca Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio in testa, seguiti dagli alti
ufficiali dell’esercito alleato, da Wirich Daun al principe di Anhalt; ma anche di
eroi negativi in quanto nemici, come il generale La Feuillade o il maresciallo Mar-
sin, il cui valore fu cavallerescamente riconosciuto sia sul campo sia sulla carta. A
loro si affiancherà il protagonista corale, il popolo di Torino che aveva trascorso
l’inverno precedente ad accantonare riserve di grano e riso, a rafforzare le difese
della città, a consegnare l’argento alla Zecca per coniare le monete necessarie a
pagare la guarnigione, i sudditi volontari che presidiavano le mura, le donne impe-
gnate a soccorrere i feriti. Il popolo è concetto astratto da commemorare; sarà allo-
ra più facile ricordare un singolo nome che incarni l’emblema di tale coralità: il
minatore Micca, prototipo consolidato ed efficace dell’eroe popolare e del suddito
fedele, dalla biografia incerta, sfumata come il Balilla di quaranta anni più tardi;
accanto al modello di eroismo del principe Eugenio, di matrice aristocratico-caval-
leresca, personaggio prima della realtà storica e poi della costruzione della memo-
ria. Il consolidamento del modello eroico conobbe dunque, nel caso dell’assedio,
una traduzione intercetuale che, insieme alla varietà dei protagonisti in campo, sol-
dati e religiosi, nobili e popolani, duchi e mendicanti ricoverati all’ospizio di Carità,
tedeschi e piemontesi, ne decretò la fortuna non solo in campo storiografico ma
anche artistico, dagli ambiti figurativi e monumentali, a quelli letterari e teatrali.




