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coll’ammirabile sangue freddo e colla grandiosa premeditazione di chi sa che va

a morire». Né iconoclasta, né

déboulonneur

, Manno era pienamente consapevole

che «la storia non deve lasciarsi impacciare dal prestigio delle leggende»: «La leg-

genda, come il panegirico, non convince. Eppure la sua bonarietà invade gli animi

del popolo, può accenderli ad entusiasmo, essere occasione di gloria e stimolatri-

ce di belle azioni. Occorrono adunque precauzioni nel toccarla». L’intenzione era

di sfrondare le leggende: col prestigio della verità discussa l’azione di Micca rima-

neva «bella, sublime, eroica». Ma è pur vero che in tal modo Manno contribuiva

a superare le coordinate di un mito che negli anni centrali del Risorgimento si era

arricchito di nuove sfaccettature come la sollevazione contro l’oppressore stranie-

ro, ispirando concetti di ribellione. Ormai lontani i tempi dello «sprezzator della

vita» mosso «da eroica spensieratezza» descritto dal Bava di fronte ai membri

della Sampaolina, e mentre dietro il recupero del contributo popolare e sponta-

neo agivano già elementi della sinistra filo-crispina, il barone Manno aveva affie-

volito gli accenti di sconsideratezza e avventatezza del gesto eroico. Si compiva

una sottile, eppur percettibile, trasformazione del mito, ispiratrice di polemiche

che anticipavano i dissidi e le fratture per le celebrazioni bicentenarie.

IL NOVECENTO

. Negli stessi anni, come anticipato, si affermava un filone storico-

narrativo volto a esaltare le virtù militari e civili del vecchio Piemonte. Basti pen-

sare al successo di ricostruzioni storiche come quella del capitano di stato mag-

giore Vittorio Dabormida sulla battaglia dell’Assietta, che nelle ragioni dell’ope-

ra incitava a mostrare ai giovani soldati del neonato regno «i fatti gloriosi compiu-

ti da soldati italiani»

117

. Come ha indicato Levra, era una delle tante componenti

attraverso cui, all’indomani dell’unificazione e ancor più dopo il trasferimento

della capitale, si palesava l’attaccamento dinastico radicato soprattutto nel ceto

medio, sostanziato dalla ricerca della piemontesità, dei caratteri innati della

monarchia e del popolo piemontese

118

. Se la nuova dimensione nazionale e l’affer-

marsi di una società che presto sarebbe stata definita di massa facevano sembra-

re il ricordo e la memoria del vecchio Piemonte come immagini in dissolvenza, la

rievocazione nostalgica della vittoria di Torino contribuiva a cementare la glorio-

sa storia cittadina dopo la perdita dello

status

di capitale e gli avvenimenti lonta-

ni trascoloravano avvolti da un’aura leggendaria. Era «un mondo che stava per

conchiudersi» per dirla con Gotta, un guardare con nostalgia al mondo di Vitto-

rio Amedeo II e di Carlo Emanuele III, aggrappandosi alla ricostruzione storica

di un antico regime fatto di devozione alla monarchia e di difesa delle tradizioni

e dei costumi, comune al conservatorismo romantico dei romanzi di Edoardo

Calandra, come

Vecchio Piemonte

del 1895

119

. Tale orientamento trovò un facon-

do interprete in Luigi Gramegna, il «Dumas italiano», già colonnello del regio

esercito (aveva preso parte alla campagna del 1866) che, dismessi i panni dell’uf-

ficiale, aveva vestito quelli del romanziere, trovando nell’erudizione antiquaria e

nello studio degli usi e costumi del passato gli spunti per riflessioni etico-pedago-

giche. Già nel 1896, lodato dal Carducci, Gramegna aveva evocato i caratteri

della monarchia e del popolo piemontese, insistendo proprio sul suo legame di

fedeltà con i principi sabaudi: un

Leitmotiv

che troverà compiuta espressione nei

diciotto romanzi apparsi a partire dal 1906, autentica saga di casa Savoia dal

Quattrocento alla raggiunta Unità nazionale

120

, che raggiunge il culmine nel for-

117

La Battaglia dell’Assietta. Studio storico di Vittorio Dabormida

, Roma: Carlo Voghera, 1877, p. 5. L’opera era

dedicata «All’esercito italiano che colle tradizioni e colla bandiera del vecchio esercito piemontese continua la

virtù degli avi».

118

U. L

EVRA

,

Fare gli italiani

cit., pp. 94-95.

119

W. M

ATURI

,

Interpretazioni del Risorgimento

cit., p. 494.

120

L

UIGI

G

RAMEGNA

,

Popolo e religione

, Torino, Clausen

,

1895; I

D

.,

Sabaudia docet. Caratteri della monarchia e del