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scio significativo senza riuscire per il momento a infliggere alcun danno concreto
alla città e ai suoi difensori. Aveva perso molti uomini, non in combattimento, per-
ché in realtà c’erano state solo scaramucce, ma a causa di malattie – le cifre delle
perdite sono incerte, ma si dovettero contare a migliaia. Ancora più importante,
aveva perso tempo prezioso. Quando ritornò ad assediare Torino la primavera
seguente, Vittorio Amedeo aveva approfittato dei mesi invernali per rafforzare
ulteriormente le difese della città e per stipare i magazzini di vettovaglie e muni-
zioni. E, soprattutto, gli alleati avevano guadagnato tempo per venirgli in aiuto.
Nell’estate 1705 sia il principe Eugenio sia il duca di Marlborough erano molto
preoccupati per la difficile situazione sul fronte italiano. Essi sapevano che la cam-
pagna seguente sarebbe stata decisiva e che occorreva uno sforzo supremo per sal-
vare Vittorio Amedeo ed evitare che i Borbone si impadronissero dell’intera Italia
settentrionale. Nell’agosto 1705, mentre La Feuillade cominciava le operazioni di
assedio a Torino, il principe Eugenio scrisse urgentemente a Marlborough dal suo
quartier generale in Lombardia, sottolineando la necessità di un’azione decisiva in
Italia. Contemporaneamente cercava di convincere i ministri dell’imperatore che
la situazione militare in Italia era critica e richiedeva rimedi rapidi e decisivi
65
.
Pieter Schenck, Torino e dintorni durante l’assedio, inci-
sione in rame, [1750] (ASCT,
Collezione Simeom
, D 55).
65
M. B
RAUBACH
,
Prinz Eugen von Savoyen
cit., II, p. 143. Guido Starhemberg, tornato a Vienna a seguito di con-
trasti con Vittorio Amedeo, stava anch’egli facendo opera di convincimento affinché venissero inviati in Italia più
aiuti.




