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Capitale in lire
Percentuale
Nobiltà antica
677.413
32,1
Nobiltà nella magistratura
304.860
14,5
Magistrati e funzionari
157.236
7,5
Borghesi
661.547
31,4
Enti
304.860
14,5
Totale lire
2.105.860
Tali alienazioni del tasso erano anch’esse una forma di debito pubblico: un priva-
to che pagava un capitale di 100.000 lire, ad esempio, otteneva in cambio il dirit-
to di riscuotere, al posto delle finanze, il tasso fino alla somma di lire 4000 annue
da una comunità a scelta.
Chi erano quindi i personaggi che si erano dedicati all’acquisto di quote del tasso
o di luoghi di monte?
Tra la nobiltà antica si segnalavano titolati come il marchese di Pianezza, il prin-
cipe della Cisterna, il marchese di Barolo, il conte Scarampi, i marchesi De La
Roche e di Brezé. Tra gli altri figuravano persone forse ancora più interessanti,
come i banchieri Quaglia e Barbarossa, Bistort e Giovanetti, il banchiere Marti-
ni, gli Spada di Racconigi o la vedova Giulia Papona, sempre di Racconigi, a rap-
presentare il nucleo dei mercanti di seta di quella città, il negoziante Ubertalo di
Biella, mercante di lana, i fratelli Bormioli, illustri rappresentanti di una delle
dinastie dell’industria vetraria, originari di Altare. Esponenti di una ricca borghe-
sia in ascesa che aveva visto altri nomi, altre famiglie, come i Marchisio, gli Agliau-
di, i Berlia, attive nel commercio delle sete; o come quella del banchiere Marcel-
lo Gamba, che gestiva numerosi appalti e anticipava al duca parte dei sussidi pro-
venienti dall’Inghilterra o dall’Olanda. Altre famiglie ancora, i Bianco, gli Amo-
retti, gli Olivero, i Dentis, i Buniatto o i Chioattero passarono dalle attività finan-
ziarie e dagli appalti alla nobiltà. Insieme a loro erano emerse anche le famiglie
degli artigiani: sarti, calzolai, fabbri, falegnami, le cui corporazioni avevano assun-
to un ruolo di spicco nella Torino del primo Settecento, come ha dimostrato a suo
tempo Simona Cerutti
23
.
La Torino di fine Seicento era una città ricca e florida, caratterizzata da elevati
consumi. Secondo Einaudi la città consumava, in un anno, 1.530.000 chili di
carne di bestie grosse e oltre 25.000 tra agnelli e capretti, il che corrispondeva a
circa 34 chili di carne l’anno per abitante; mentre per il vino era pari a circa 341
litri per abitante, confermando una forte propensione al consumo, collegata alla
mitezza dei prezzi e delle gabelle.
E proprio su tali gabelle si basò uno dei primi progetti di entrate straordinarie,
all’inizio della guerra. La città di Torino era infatti da molti anni «libera, immune
ed esente da ogni carico straordinario»; gli abitanti lo erano anche per le imposte
ordinarie che gravavano sulla proprietà fondiaria
24
.
Da qui era nata l’idea di chiedere un contributo straordinario alla città, i cui bilan-
ci erano ancora in attivo nel 1703; in tale anno le entrate erano state pari a lire
380.451, mentre le uscite ammontavano a lire 309.136. Più volte nel corso del Sei-
cento il governo aveva minacciato di ritirare la concessione fatta alla città del
godimento delle gabelle sulla carne e sul vino, come pure di quella sulle gabelle
Ordine e capitoli di S.A.R. per la nuova erezione del
Monte [...]
, 25 febbraio 1706 (ASCT,
Carte sciolte
, n.
5265).
23
S
IMONA
C
ERUTTI
,
Mestieri e privilegi. Nascita delle corporazioni a Torino (secoli XVII-XVIII
), Torino: Einaudi,
1992.
24
Ibid.
, p. 186. Sulle famiglie legate alla lavorazione e all’esportazione della seta si veda P
ATRIZIA
C
HIERICI
,
Da Tori-
no tutt’intorno: le «fabbriche da seta» dell’antico regime
, in G
IUSEPPE
B
RACCO
(a cura di),
Torino sul filo della seta
,
Torino: Archivio Storico della Città, 1992, pp. 177-202.




