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DAL CARDUCCI AL D’ANNUNZIO

"Dietro Pancrazi che tiene cattedra di critica

militante sulle colonne del «Corriere della Sera»

dopo di aver pubblicato dal Laterza tre anni fa un

libro «ugli « Scrittori Italiani del Novecento » dà ora

alle stampe dallo stesso editore un nuovo volume

( P

ie t r o

P

a n c r a z i

,

Scrittori Italiani, Dal Carducci

al D'Annunzio, Bari, Laterza 1937) che raccordandosi

in un certo senso al precedente tratta di quegli scrit­

tori, i più vecchi dei quali operarono nel secondo

Ottocento ed i più nuovi fiorirono in quell’ottocento

ultimo che furono gli anni immediatamente prece­

denti alla guerra. Un’età come dice l’autore stesso

« che ebbe come ogni altra i suoi difetti ed i suoi li­

miti ma che certo fu eccezionalmente aperta e fa­

vorevole al pensiero disinteressato ed alle lettere ».

Ora, mentre nel volume precedente l’interesse del

critico era prevalentemente orientato a ritrarre con

quel minuto bulinare che gli è proprio, le figure più

rappresentative, dal clima confuso e problematico

della letteratura contemporanea, chiarificando in

specie, come bene ebbe a dire Paolo Treves in un re­

cente profilo del nostro, quel periodo esagitato quanti

altri mai delle nostre lettere che va dal 19 al 22, in

quest’ultimo egli parte dal bozzetto critico senza

alcun proposito deliberato d’unità: ma strada facendo

il ritratto si allarga e passa dalla psicologia e dal­

l’arte di un singolo scrittore alla costruzione della

fisionomia di questo postremo Ottocento: un minore

Ottocento direi che l’interesse precipuo del libro

è dato da nomi come: Abba, Betteioni, Ferdinando

Martini, il Fucini, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio,

il Calandra, Serra, Monelli. Cor&zzini, Cena, ecc.:

come ognun vede a dare il tono dell’opera è questo

mondo in minore ma pur cosi suggestivo, un poco

ingenuo, un poco rettorico se si vuole ma in cui un

lettore di gusto sottile e penetrante come Pancrazi

sa trovare aurei filoni.

Chè questa è la critica del Pancrazi: non sistematica

nel senso che siamo soliti dare alle pagine per esempio

di un Luigi Russo: e nemmeno ci troviamo dinnanzi

ad una scrittura preziosa e filtrata sul tipo cecchiano

od allo sguardo abituato a spaziare dall’alto di un

Borgese; la sua scrittura non ha nulla di tutto

questo: non si preoccupa di schematismi, di poesia

o non poesia, o se esista veramente una poesia

minore. D tono teoretico Mula dalla pagina del

Pancrazi; però non si creda che il nostro non abbia

sentito cotesti problemi; ma egli ha fl buon gusto

di non farli avvertire e la pagina sta esce cosi sobria

ed agile, pittoresca senza barocchismi o pseudo li­

rismi: e quel che conta il giudizio è sicuro ed affiora

tra rigo e rigo senza averne l’aria: chè quel partico­

lare e lepido umore del nostro, quel suo metaforiz­

zare ironizzante per cui il periodo si sgrana permeato

di sfumature, di pieghe minuziose ed ammiccanti, è

il segno di una coscienza critica matura, esperta,

sagace.che non subisce il fascino della moda ma guarda

al sodo.

Questo è il metodo di Pietro Pancrazi se di metodo

si può parlare in questo caso: ad un dato momento

egli nella prefazione si lascia un poco andare e mani­

festa così quali siano le sue idee sull’arte e sul mondo

dell’arte: «ora se gli scrittori grandi rappresentano

loro il genio o l’ingegno di un tempo, i '

: ne ren­

dono meglio il fondo comune, gli studi, il costume:

il colore letterario, insomma, o quel tono che si chiama

anche civiltà: e l’epoca da cui questi scritti ritraggono

fu almeno nelle lettere molto civile ». Ecco così come

molto abilmente e senza parere egli superi lo scoglio

teoretico di un’impossibile distinzione tra poesia

maggiore e poesia minore, identificando quest’ul-

tima nell’espressione dello spirito di società, vecchia

idea che governò in parte la critica di Francesco

De Sanctis.

Di qui il suo disinteresse per figure come Giovanni

Cena e Ferdinando Martini scrittori che non raggiun­

sero mai la poesia, eppure godettero così chiara e

spiccata popolarità: ed i capitoli più densi più lavorati

non sono certamente dati dalle note marginali su

Pirandello narratore o su Grazia Deledda, ma dob­

biamo rintracciarli in quelle altre pagine in cui si

parla di Severino Ferrari, del Carducci minore, del

bello e brutto scrivere di Matilde Serao, del pole­

mista Scarfoglio ed infine nel capitolo di chiusura

che ha un titolo così spiccatamente pancrasiano: « i

segreti di D’Annunzio »: chè questa pare l’ambizione

suprema del Pancrazi, di ridurre i segreti più intim i

di uno scrittore, quelle voci cioè sotterranee dell’ispi­

razione più ermetica e più decadente in un discorso

piano, sagace, agevole, sostanzioso che fila via sgom­

brando tu tti i pretesi ostacoli che il gusto, la poetica,

la moda, la scuola possonocreare intorno ad una figura

di scrittore.

Basta talvolta un suo tocco leggero che affiora senza

parete a smontarele impalcature più macchinose; seco

ad esempio a proposito di D ’Annunzio e di Montaigne

di cui il primo ha manifestato una certa tnrttarionr

di fronte a tanta decantata saggia ta « quel Montaigne