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che l'indugine procede sempre più arduo per la mol­

teplicità delle interferenze degli interessi spirituali in

gioco che contrastano tra di loro in una atmosfera

ardente di romanticismo decadentistico. L'Autrice ha

diviso la sua opera in tre parti: la prima dal titolo

« La Filosofìa » nella quale esamina il particolare

atteggiamento logico con cui gli scapigliati giovani

fiorentini capitanati dal Papini e dal Prezzolini reagi­

rono al positivismo imperante allora nella cultura

ufficiale; nella seconda « L’Arte » più acuta e più

felice della prima illustra quel complesso movimento

letterario che in critica si dibatteva tra una conce­

zione estetizzante dell’arte sulle orme di Angelo Conti

ed un tentativo di superamento dell’estetica crociana

nella ricerca «li conciliare metodo storico ed estetico,

ed in arte riscopriva il Carducci che non era più il

Poeta della nazione e della storia, ma il Carducci

romantico dei « cipressi di San Guido » che il Thovez

aveva pur contribuito a svelare. È di questo tempo

sulla prima « Voce » l’opera proficua del Soffici il

quale lottò contro le ingombranti tradizioni accade­

miche, contro gli scultori e pittori ripetenti vecchi

motivi che non sentivano più, senza curarsi delle

« ricerche »e dei « problemi »che si agitavano a Parigi.

Ebbero così origine gli articoli sull’impressionismo,

sulle esposizioni di Venezia, sul cubismo e su pittori

come Courbet e Renoir e in letteratura su Morèas e

infine il saggio e le traduzioni su Rimbaud.

Nacquero alcune opere letterarie tra le migliori di

quegli anni in Italia le quali fiorirono nell’ambiente

vociano: il

Mio Carso

di Slataper (1911), le

Risultanze

in merito alla rita ed al carattere di Oino Bianchi

dello

•lahier (1915), il

Lemmonio Borea

del Soffici (1912),

l'Uomo Finito

di Papini (1913) per cui si potè parlare

di uno stato d’animo vociano, di una fede vociana,

cui la Bobbio aggiunge: « Noi possiamo oggi anche

parlare di uno stile vociano, espressione immediata

di quello stato d’animo fatto di sincerità cruda, di

alta opinione di sé, di forza morale desiderata più

che realmente posseduta ».

La terza parte del libro prende in esame gli ideali

politici cui aderirono questi gruppi di letterati dai

quali doveva poi uscire Enrico Corredini ed

II Regno.

Anche poi l’Autrice segue minuziosamente il tenderai

e interferire delle varie posizioni e l’atteggiamento

pratico che ne derivò. I capitoli « Imperialismo mate­

riale ed imperialismo spirituale », «La politica dei

letterati », « La continuazione del Risorgimento e la

guerra tripolina ■hanno pagine interessanti che met­

tono in luce non solo come ■Lacerba » ebbe al suo

attivo una delle più risolute campagne interventiste

che l’Ita lia ricordi, accanto a quella del « Popolo

d’Ita lia », ma anche come tutta la •Voce » sia stata

un grande sforzo per ridare alla vita politica italiaua

quella coscienza morale necessaria a farie riacqui­

stare il senso della propria missione. Stringendo le

file del nostro discorso ci troviamo dinnanzi ad un

volume interessante per la materia presa a trattare,

ma assai discutibile nell’impostazione, inquinata da

uno spirito dogmatico per cui l’Autrice raramente

dimostra di possedere quella mano sensibile e deli­

cata propria dello storico che ricostruendo riesce a

calarsi nell’atmosfera che esamina. Anzi nella prosa

«Iella Bobbio — alquanto sciatta a dir il vero — ci si

incontra sovente ed in ispecie nella prima parte in

cui esamina gli atteggiamenti filosofici ed il proble­

mismo «lei « Leonardo » e della « Voce » in espres­

sioni che l’Autrice crede su un piano storiografico ed

invece non sono che risultati di un ingenuo psico­

logismo.

Vittorio Rossi in una sbrigativa ed infelice pre­

fazione avalla questo dogmatismo della Bobbio non

accorgendosi come proprio la crudezza del giudizio

dell’Autrice e la mancanza di duttilità e di sensi­

bilità nel risentire il problemismo leonardiano e

vociano inquini tutta l’architettura del libro e

dia origine ad una asprezza e sufficienti) di giudizio

assolutamente gratuite. Lo stesso M

ìu

^

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pur ri­

conoscendo la chiarezza analitica di quest’opera ha

osservato come « questa dote sia impiegata in una

misura eccessiva sì da distruggere quelle ombre che

danno risalto alle figure: voglio dire che i personaggi

del dramma si muovono un po’ rigidamente, son

troppo tutti di un pezzo, privi di sfumature; e i

confini da uno stato d’animo intellettuale all’altro,

son tagliati col coltello: ciò che dà una eccessiva rigi­

dezza ad uno studio che in fondo si deve risolvere,

dati i protagonisti e le loro avventure, in studio di

passaggi ».

Noi non insisteremo nel rilevare le ingenuità lo­

giche e la superficialità della dottrina filosofica della

Bobbio la quale critica l’idealismo in questi term ini:

«questa filosofia aveva naturalmente il difetto di ri­

solvere il problema del dato ignorandolo » quando

proprio essa per prima salta gli ostacoli a piè pari

come se per trent’anni la cultura italiana in fatto di

filosofia dell’arte non avesse fatto altro che gingillarsi

in astrattism i vuoti e sofistici, ma tuttavia quando ci

si trova dinnanzi ad espressioni come queste « l’arte

nasce dall’amore e dalla contemplazione di Dio » si

ha il diritto di chiedere innanzi tutto se l’arte sia una

mistica e se questo sia proprio il criterio più adatto

per fare della critica d’arte.

Volume quindi raccomandabile per il valore anar

litico, risulta quasi negativo per il risultato sintetico,

pel fine ultimo di ogni opera. Storia di un periodo

della nostra cultura quanto mai interessante,costruita

però tutta dall’esterno, senza quella compartecipa-

rione necessaria e quella serenità di visione occor­

rente in sim ili ten tativi