iziende e 2.104 addetti), le industrie tessili (106
aziende e 12.521 addetti), le industrie delle costru
zioni (790 aziende e 11.184 addetti), le industrie
siderurgiche e metallurgiche
(101
aziende e
10.201
addetti) ecc. ecc.
La crisi che inizia si può «lire col 1928-29 mette in
genere il distretto industriale torinese in una condi
zione di maggior difficoltà. Imprese sorte per l’espor
tazione e per un dato coefficiente di produzione e di
vendita, soffrono immediatamente, chi per un fe
nomeno di sovracapitalizzazione e su|H*rfetazione
d'impianti, chi per le restrizioni nel credito, chi j>er
le difficoltà nelle esportazioni, chi per i contingenta
menti, chi per gli ostat oli alle importazioni di materie
prime, chi per i più alti costi di produzione, chi per
le condizioni salariali meno favorevoli nei confronti
di aziende similari situate in altre regioni, e tutte per
la riduzione dei prezzi, per le difficoltà di vendere, per
gli ostacoli internazionali sempre più gravi al lil>ero
movimento «Ielle merci e dei capitali.
I)i fronte alle difficoltà determinate dalla crisi
odierna è parso ad alcuno che fosse fecondo provve
dimento modificare la natura industriale delle città,
favorendo artificialmente nuove attività, senza pen
sare che Torino deve la sua prosperità negli anni
passati alla sua originaria e naturale attività indu
striale. E che Torino non jjossa trarre da altre fonti
i mezzi per il sostentamento di tutta la sua intela
iatura economica è quanto ora vedremo ponendo in
evidenza i fattori fondamentali che caratterizzano la
natura industriale della nostra città.
Non è inopportuno ricordare che Torino ha sof
ferto maggiormente nel dopoguerra non solo per la
sua struttura ma altresì per certe esagerazioni inter
venute nei metodi d'impianto e di condotta che ne
hanno modificata la sana capacità di produzione e
sopratutto per la presenza purtroppo di alcuni uo
mini i quali dimentichi delle sane dottrine che caratte
rizzarono la condotta industriale torinese d’un tempo
diressero plessi industriali con longae man ut negli
organismi bancari, seguendo criteri finanziari e spe
culativi anziché industriali.
11
risparmio della società,
le esigenze della tecnica, del costo, del prodotto pas
savano tutte in seconda linea di fronte alle esigenze
IK*rsouali, contingenti, finanziarie di quel certo gruppo
dominatore.
Fu una crisi di metodo che scompaginò tanta
serietà di lavoro subalpino; purtroppo non solo
Torino fu la culla, nel dopo guerra, di improvvisati
industriali che dall’industria speravano solamente
lauti guadagni, posizioni onorifiche e cariche pubbli
che. 11fenomeno fu certamente generale. Fin quando
i prezzi salirono tutto andò bene ma allorquando i
prezzi cominciarono a discendere allora il re del mer
cato diventò il cotto col quale questi industriali non
avevano sufficiente dimestichezza.
Per fortuna le trasformazioni avvenute in seguito,
gli interventi governativi diretti a sanare là ove era
opportuno sanare a e colpire là ove era giusto e esem
plare colpire, trasformarono la situazione industriale
torinese, la quale oggi è perfettamente sana perchè
passata al setaccio epuratore di questi anni. Quelli
che oggi continuano a lavorare e a produrre sono real
mente degni del nome di industriali.
L'immoralità di questi uomini di cui Torino ha
dovuto subire per alcun tempo le dannose e vacue e
magniloquenti intemperanze solo perchè si servi
vano del reclamismo per farsi conoscere, delle cam
pagne di stampa per proteggere certe emissioni, del
gioco finanziario per rimpinguarsi le tasche a scapito
del risparmiatore è ormai un fatto storico cui il fa
scismo impedirà con le sue leggi, i suoi mezzi, e la
sua coesione, di ripetersi.
A quel tempo non era l’industria che dominava;
erano certe tendenze megalomani; certe manie di
spendere e spandere, certi dividendi di favore, certe
manovre l>orsistiche, certi accordi a danno delle
collettività; ora è ben altra cosa; l'industria vera è
risanata, la politica delle riserve è oculata, il costo
di produzione è in primo piano, TinduBtriale fa
l’industriale, il banchiere il banchiere.
La situazione che si era venuta creando aveva
gettato un allarme tale da far dimenticare la vera
natura dell’economia torinese, la quale è prettamente
industriale come desumesi:
1
° dalla composizione professionale della sua
popolazione, da cui si rileva che, secondo il censimento
del 1931, gli operai salariati sono 147 mila e 10.534
gli industriali.
1
dati statistici dimostrano sufficiente-
mente il prevalere delle classi industriali e salariali
di Torino nei confronti ad esempio di Milano. Si ri
leva infatti che la percentuale degli operai salariati
sul complesso della popolazione è del 27,88 % mentre
a Milano tale percentuale è del 26,4 e nel Regno del
13,5. ('osi gli industriali rappresentano per Torino
il 2 % sul totale della popolazione, a Milano solo
1*1,7 %, nel Regno l’l
,6
%. Tale composizione profes
sionale prevalente comincia, come già abbiamo rile
vato, a notarsi al principio del secolo e continuerà
con passo sempre più marcato negli anni susse
guenti.
Dal censimento del 1921 a quello del 1931 tale fe-
njmeno è particolarmente palese. Si pensi che gli
industriali nel 1921 erano solo 2650; nei confronti del
censimento del 1931 sono aumentati di 7884 unità.
Cosi gli operai salariati sono aumentati di 11.595
unità.
2° Altro segno dell’accentuato industrialismo to
rinese si ricava dalla natura commerciale del distretto,
conseguenza dello sviluppo industriale.
11
commercio
torinese con tutta la sua attività di intermediazione,
di trasporto, di valorizzazione del prodotto non po
trebbe sostenersi se non esistesse la base industriale e
produttiva.
Dal rigoglio industriale sgorga un naturale pro
gresso di tutte le attività produttive, commerciali,
ausiliarie, complementari; non una prevale su le altee,
ma tutte prosperano di comune accordo, allorquando
l’industria
prtémUriee di risparmio t éi
w y ìr ii per
mette alle altre di prosperare.




