nella sua famosa torre aveva una libreria di un mi
gliaio di volumi. Io nel mio eremo ne ho una di circa
settantacinquemila », già aggiunge il Pancrazi, ma
chi non preferirebbe stare in biblioteca con Montaigne?
E così via.
Vedetelo per esempio quando con una finezza «li
mano incomparabile sbozza un ritrattino di quell'an
cora per noi inquietante figura che fu Renato Serra
metà artista e metà critico indolente scettico pago
della « cosa in sè »oppure già consapevole di una sorte
scritta dentro di lui!
.Ma la cosa migliore, il capitolo più solido piìi ge
niale di questa raccolta rimane pur sempre quello
su « Fucini poeta dei pisani e novelliere «lei mac
chiagli ».
Qui il Pancrazi si sente come a casa sua: ha subito la
sensazione che in questo caso quel mondo minore
che rimane sovente ai margini dell’arte sia giunto al
clima poetico. L'attacco «Iella pagina è festoso: « Il
Fucini. Ecco uno scrittore che soltanto nominarlo
conferisce al buon umore. Nominare il Fucini è come
se uno tra i negozi del suo mestiere cittadino pensasse
ad un tratto ad una sua casetta di campagna con in
torno l'orto piantato dalle sue mani, e più in là i
campi ».
Metaforizzare che qualche critico inamidato po
trebbe anche definire generico ed ingenuo: ma erre
rebbe che il discorso incominciato così alla buona si
rimpolpa per istrada si rassoda e ne nascono auree
paginette tutto calcolo misura, senza perdere quel
non so che di pungente ed estroso che è proprio della
prosa del Pancrazi.
P IE R O B A R G IS
LE R I VI STE F I ORENTI NE
DEL PRINCIPIO DEL SECOLO
m
P
er tutti i lettori di gusto scaltrito i quali sanno
benissimo che l'autenticità del tono papiniano
si deve ricercare nun nella fortunata
Storia di Cripto,
opera che nonostante l'enorme successi* ci ostiniamo
a ritenere capolavoro d'oratoria, ma nelle prime cento
pagine dell’Tomo
Finito,
questa storia delle riviste
fiorentine (Ar
b e l i a
B
o b b io
,
Le Riviste Fiorentine del
principio del secolo
[1903-16], Sansoni, Firenze), as
sume un interesse particolare in quanto quella ma
teria che nell’operetta giovanile del Papini era resa
con una immediatezza di visione Urica, ora ripresa
dopo trent'anni ed assunta su un piano storiografico
si atteggia e configura in un'atmosfera la quale per
dendo il fascino dell’immediato psicologismo acquista
però un rilievo obbiettivo e maggiormente equilibrato.
( ’osichè la prim itiva spontanea visione di quell’in-
quietudine spirituale che diede origine allo Storm
fiorentino
e
di cui noi conserviamo il pittoresco ricordo
attraverso il calore della pagina papiniana, ai raModa
nella pacatezza della chiarificazione analitica e nella
mediatezza della sintesi valutativa.
Aurelia Bobbio con quell’impegno e diligenza per
cui si distingue il femminile operare s’è accinta ad
analizzare questo movimento di tanta importanza
che, parallelo al movimento napoletano che fece capo
alla
Critica
crociana, ebbe inizio al principio del
secolo.
«
Difficoltà non lieve s’offriva allo storiografo nel
mettere a fuoco attraverso una lettura attenta l’arro
ventato materiale da cui sorsero il « Leonardo ■,
« La Voce », « Lacerba », l’« Hermes », « Il Regno », per
non citare che le riviste più famose.
Nonostante i larghi motivi di dissenso di cui di
remo in seguito il volume è certamente una lettura
proficua per l’accurata e minuziosa analisi che la
Bobbio conduce sopra un periodo della nostra cultura
denso si di eventi ma quanto mai frammentario, scon
volto, per coi l’assunto dello storico diviene man mano
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