124
po si ebbero numerosi casi di diserzione di cui il conte Daun fece ampia relazio-
ne a Vittorio Amedeo in una lettera di metà luglio
121
. Per evitare che il fenomeno
dilagasse, con pessimi effetti sull’umore degli assediati e sulla difesa della città, il
marchese di Caraglio rinnovò le disposizioni già emanate, con cui si proibiva a
chiunque di lasciare la capitale, sotto minaccia di pene pecuniarie elevate e
«ingiungendo di più a tutti quelli, che […] s’erano absentati di dover sotto le
medesime pene in termine di otto giorni restituirsi in Torino»
122
. Pochi furono
invece i casi di furto accertati nelle case abbandonate dagli abitanti e le frodi in
campo commerciale ai danni di privati e istituzioni: una criminalità contenuta
dunque che segnala l’efficacia dei controlli operati dal vicario e dalle sue guardie
e l’efficienza dell’apparato caritativo e assistenziale di cui la città disponeva. Non
bisogna infatti dimenticare la rete di istituzioni create fin dal Seicento a soccorso
degli emarginati, che faceva perno sull’Ospizio di Carità, rifondato nel 1649 con
il sostegno della Compagnia di San Paolo
123
. Durante i mesi dell’assedio, nell’edi-
ficio di via Po appositamente approntato, l’ospedale giunse a ospitare fino a 1500
poveri (vecchi, infermi, vagabondi, mendicanti e minori), contribuendo in tal
modo a sollevare dai compiti assistenziali le altre istituzioni ospedaliere di Tori-
no, e anzitutto l’Ospedale San Giovanni Battista
124
, che poterono concentrare
energie umane e risorse economiche sulla cura di feriti e infetti. La presenza di
numerose istituzioni assistenziali controllate dallo stato e dalla città, verso cui si
tentava di convogliare tutta la carità privata, non aveva tuttavia reso inutili le
distribuzioni di pane o di denaro ai poveri non ospedalizzati. Tali elemosine creb-
bero a partire dal mese di luglio, quando l’impossibilità di introdurre merci in
città e la riduzione delle scorte fecero salire i prezzi e le esigenze militari presero
il sopravvento su quelle civili. Ai primi di luglio infatti il Gropello si rivolse nuo-
vamente al Consiglio perché provvedesse a rifornire di generi alimentari le trup-
pe di presidio
125
: la richiesta era accompagnata da considerazioni sulla pericolo-
sità del momento, sul fatto che in gioco era sì la corona, ma anche l’incolumità di
città e cittadini e faceva leva sul coraggio e lo spirito di sacrificio in più occasioni
mostrati dai soldati che difendevano Torino. La municipalità, dopo aver esposto
le sue difficoltà, dichiarò di non poter mettere a disposizione più di 100.000 lire,
che sperava di ottenere a prestito dai torinesi; lo stato dal canto suo si rese dispo-
nibile ad alienare i beni demaniali che la città avrebbe ritenuto più utili per otte-
nere rapidamente credito e provviste alimentari. Si fece pertanto una nuova emis-
sione di luoghi di Monte
126
, il cui gettito, che si ipotizzava di 500.000 lire, doveva
servire ad acquistare derrate per le truppe: la dote sarebbe stata fornita dalle regie
finanze
127
. Il Gropello scriveva al Duca: «qui si sono praticati tutti li mezzi per
121
Il Daun denunciava un pericoloso aumento dei casi di diserzione, dovuti agli accresciuti pericoli e ai timori di
un’imminente vittoria francese. Tal genere di segnalazioni costella tutta la corrispondenza del Daun al duca tra
fine giugno e metà agosto. I casi più eclatanti sono quelli del 28 giugno (indicati 97 disertori), del 13 luglio (50
disertori, compresi 9 caporali), del 7 agosto (45 disertori, compresi 14 caporali), ma lo stillicidio era continuo,
nonostante le pene previste e le concessioni in denaro e in natura accordate. Si veda
Lettere del Tenente Marescial-
lo conte Virico di Daun a S.A.R. il duca di Savoia
, in A
NTONIO
M
ANNO
,
Relazione e documenti sull’assedio di Tori-
no nel 1706
, in «Miscellanea di storia Italiana», II serie, vol. XVII, Torino: Bocca, 1878, I, Appendice X, pp. 505-
561.
122
F.L. S
OLERI
,
Giornale dell’assedio e difesa di Torino li 12 maggio 1706
cit., p. 134.
123
Sul sistema assistenziale durante l’assedio si veda G. S
YMCOX
,
La trasformazione dello stato e il riflesso nella capi-
tale
cit., pp. 778-783.
124
Oltre all’Ospedale di San Giovanni Battista, amministrato dalla città, vi erano a Torino altri due ospedali mino-
ri: quello dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e quello dell’Ordine di San Giovanni di Dio. Durante l’asse-
dio furono poi potenziati gli ospedali militari (
ibid
., pp. 776-778, 789-793).
125
ASCT,
Ordinati
, vol. 236, cc. 215-217, Congregazione del 5 luglio 1706. Si chiede alla città di fornire 497 carra
di vino (245.000 litri), 13.930 rubbi di carne (128.000 chilogrammi), 1677 emine di riso, 500 emine di legumi, 1900
rubbi di lardo e carne salata (17.480 chili), 2850 rubbi di formaggio (26.280 chili), 200 rubbi di olio di oliva (1844
chili), 1650 rubbi di acquavite (15.000 litri).
126
Ibid
., c. 221, Congregazione del 6 luglio 1706.
127
Ibid
., c. 232, Congregazione del 7 luglio 1706. Si trovarono cento cittadini di credito, che fecero da garanti per
le regie finanze verso i prestatori del Monte.




