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1780

Una capitale europea

La continuità programmatica con l’opera riformista di Vittorio Amedeo II caratterizza il lungo regno di Carlo Emanuele III (1730-1773) e quindi di Vittorio Amedeo III (1773-1796). Nel corso del Settecento maturano piani e progetti per la capitale sabauda alle diverse scale: dal territorio alla città, ai complessi monumentali e al tessuto edilizio. Se si escludono i due momenti di stasi edilizia conseguenti alle guerre di successione polacca (1733-1735) e austriaca (1742-1748), il periodo è contrassegnato dal consolidarsi delle linee già tracciate, con apertura a riflessioni suggerite dallo spirito di razionalità di stampo illuminista di Benedetto Alfieri, primo architetto regio dal 1739 al 1767.

Quindi sono le magistrature e le strutture burocratiche centralizzate, sostenute da valenti architetti, a programmare e gestire il progetto di trasformazione della città dell’assolutismo fino agli anni della dominazione francese. Risponde al volere del sovrano l’aderenza a un unico progetto per la città fortificata d’impianto ellittico, organizzata al suo interno secondo una rigida struttura viaria centripeta, sostenuta da assi rettori che collegano le quattro porte urbane alla piazza Castello e al Palazzo Reale.

Verso la metà del Settecento con unità d’intenti Carlo Emanuele III e Benedetto Alfieri tracciano il nuovo profilo della capitale che sostituisce all’idea scenografica juvarriana il rigore della dimensione urbanistica, intesa come attività di controllo esercitato attraverso gli strumenti legislativi sull’intero processo di trasformazione della città per promuovere un’architettura pubblica e privata uniformata nell’immagine architettonica e attenta agli aspetti funzionali.

L’obiettivo è molteplice: definire attraverso nuovi edifici l’articolarsi delle attività di governo – Stato e municipalità – che impongono il moltiplicarsi delle sedi. In parallelo si vuole coinvolgere la nuova nobiltà imprenditoriale accolta a corte, a operare attivamente nell’edilizia mediante progetti legati alla rendita urbana, nel quadro delle ‘ristrutturazioni’ avviate nel centro più antico e degradato della città. I ceti emergenti guardano a un modello sociale che prevede il possesso di un palazzo urbano, di una ‘vigna’ collinare e di una cascina agricola produttiva in pianura. Il programma è ampio e guarda alla città e al territorio, anche nella diffusa presenza dei cantieri aperti presso le residenze sabaude suburbane nel corso del secolo XVIII, di cui si conferma l’importanza come sistema territoriale barocco.

Costanza Roggero

Mappa Storica

Nova Pianta della Reale Città di Torino 1751

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